tecniche pesca in apnea

Per chi si affaccia al mondo della pesca in apnea è necessario comprendere le principali tecniche da adoperare per una fruttuosa uscita in mare ma prima ancora è bene passare da un’essenziale e doverosa digressione sulla fisiologia dei pesci. Per scegliere quale tecnica adoperare infatti, bisogna tenere conto di diversi fattori ma i principali sono la conformazione del fondale e come la nostra preda si accorge di noi.

LA LINEA LATERALE DEI PESCI

I pesci, tutti, hanno una serie di recettori disposti in fila uno dietro l’altro a comporre una linea che attraversa il loro corpo sia a destra che a sinistra per tutta la loro lunghezza e che prende quindi il nome di linea laterale. I recettori che la compongo sono sensibili alle vibrazioni emanate dal movimento in acqua degli altri esseri viventi e quindi grazie a questo tipo di rilevazione i pesci comprendono se quella che si avvicina è una minaccia, una preda o altro. Riescono a stabilire ciò in base alla velocità di avanzamento e alla massa d’acqua spostata, infatti un uomo medio ha una massa decine e decine di volte più voluminosa di quella di un pesce (in molti casi) quindi sposta una quantità di acqua enorme quando vi si muove dentro, se poi si considera il fattore velocità è facile comprendere come il pesce scappi al rapido approssimarsi di qualcosa di grosso diretto verso di se. Il pesce è poi fondamentalmente miope quindi si affida relativamente al senso della vista, molto più importante invece è appunto la linea laterale.

Fatta questa premessa si può quindi comprendere l’essenza della pesca in apnea, cioè l’arte della dissimulazione della propria presenza. Questo sport si basa sul concetto che tutte le azioni che compiamo devono essere finalizzate a non far comprendere al pesce che siamo in acqua e se ci rileva nel suo campo d’azione che non siamo una minaccia, in modo che si possa avvicinare portandosi a distanza di tiro utile.

TERRITORIALITA’

Un altro aspetto fondamentale di cui dobbiamo tenere conto è il principio della territorialità. Un pesce o un branco di pesci che si stanzia in una precisa zona tenderà ad ispezionare qualsiasi fonte di vibrazioni (purché non appaia già chiaramente come una minaccia) entri nel loro territorio o raggio d’azione. Se abbiamo eseguito quindi una discesa silenziosa e discreta verso il fondo con molta probabilità avremo incuriosito i predatori del circondario e li vedremo arrivare per capire cosa siamo e cosa ci facciamo li.

LE TECNICHE DI PESCA IN APNEA: IN TANA, ALL'AGGUATO, ALL'ASPETTO, IN CADUTA

Compreso quindi come i pesci si accorgono di noi e tenuto conto della loro territorialità non ci resta che conoscere il tipo di fondale per scegliere quale tecnica adoperare. Le tecniche della pesca in apnea sono storicamente quella in tana, all’aspetto, all’agguato ed in caduta ma negli ultimi anni si sono sviluppate tecniche che rappresentano la fusione di alcune o tutte in una supertecnica globale. Analizziamole singolarmente.

PESCA IN TANA

La prima tecnica con cui tutti iniziano è appunto la pesca in tana poiché spesso praticabile in bassi fondali e non richiede straordinarie doti fisiche e raffinate capacità affinate nel corso di lunghi anni di esperienza ( a meno che non si operi a quote impegnative). Consiste nell’insidiare una preda nel suo rifugio e per questo negli ultimi anni considerata in maniera crescente meno sportiva dal punto di vista etico. Particolare attenzione nell’esecuzione di questa tecnica è rivolta all’avvicinamento alla tana. Si deve nel limite del possibile evitare un progressivo avvicinamento frontale all’apertura della stessa e piuttosto avvicinarsi ad essa da una direzione diversa in modo da affacciarci all’apertura della tana solo all’ultimo momento. Questo perché il pesce non può rilevarci in nessuna maniera se non quando siamo davanti all’apertura. Altro aspetto fondamentale è dato dalla posizione di approccio. Nel momento in cui volgiamo il primo sguardo all’interno della tana, il nostro fucile dovrà essere già in allineamento di tiro con una posizione nella maggior parte dei casi molto arretrata. Questo perché dovremo essere rapidi prima che la preda guadagni il punto più inaccessibile dell’anfratto in cui si trova. Questa tecnica forse più di altre può risultare pericolosa perché ci spinge a frequenti sali e scendi soprattutto se qualcosa va storto. Difatti tocca ispezionare molti anfratti prima di trovare quello abitato e se poi al momento dello sparo l’asta s’incastra tra agli scogli o la preda si arrocca, gioco forza dovremo eseguire molti tuffi prima di averne ragione.

Se ne trae quindi una logica conclusione che è quella di ventilarsi adeguatamente tra un tuffo e l’altro per evitare sincopi anche se si opera a batimetriche irrisorie. Molti incidenti infatti avvengono a profondità ridotte perché si tende spesso a sottovalutarne le implicazioni. Quando poi dobbiamo sparare in un anfratto cerchiamo di valutare la potenza dell’arma, la posizione del pesce e la conformazione della tana in modo da capire se c’è il rischio che l’asta o la preda si blocchino da qualche parte. Nel caso di un fortunato incontro con una cernia, non sparate mai il pesce se si rivolge a noi offrendo la coda piuttosto che il muso perché con le forti branchie è capace di arroccarsi e rendere l’estrazione complicata.

PESCA ALL’AGGUATO

L’agguato consiste nel muoversi di soppiatto tra le asperità del fondo al fine di raggiungere la preda senza che quest’ultima si accorga di noi. Ovviamente è una tecnica realizzabile solo in presenza di uno specifico tipo di fondale, ossia quello in cui vi sono avvallamenti e anfratti in cui possa risultare più semplice nascondere la nostra presenza. laddove il fondale è principalmente piatto risulterà impossibile praticare l’agguato e potrà essere privilegiato l’aspetto. L’agguato è la più raffinata delle tecniche poiché la sua esecuzione richiede una grande acquaticità ed adeguamento all’ambiente marino nonché una buona preparazione atletica. Molto è affidato all’istinto del pescatore e all’interpretazione dell’ambiente marino ma essenzialmente valgono alcuni principi base:

spostamenti lenti: la velocità ridotta non allarma il pesce specialmente se consideriamo che noi potremmo non vederlo in quel momento mentre lui avverte la nostra presenza.

Intervalli di aspetto: gli spostamenti risultano più efficaci dal punto di vista venatorio se intervallati da pause che ci permettano di controllare il circondario e d’interrompere per qualche istante le emissioni di vibrazioni.

Luce solare e corrente: cerchiamo di muoverci contro corrente e con il sole alle spalle poiché influirà (positivamente per noi) sulla capacità dei pesci di rilevare la nostra presenza.

Cono d’ombra: guardando il pesce dalla coda, il campo d’azione del sistema di rilevazione dei pesci crea un cosiddetto cono d’ombra di 45° circa in cui non riesce a captare i segnali pressori pertanto se avviciniamo il pesce da dietro operando nel suddetto angolo avremo maggiori possibilità di successo.

PESCA ALL’ASPETTO

L’aspetto è la tecnica che più di tutte richiede autodisciplina e concentrazione nonché piena coscienza dei propri limiti in quanto consiste nell’appostarsi sul fondo in attesa della preda. Buona norma è quella di fermarsi in un punto che ci permetta di nascondere l’intero torace dietro un masso o una struttura sommersa sufficientemente grande. Le gambe e le pinne dovrebbero anch’esse essere basse sul fondo altrimenti farebbero capolino dietro il nostro profilo annullando tutti i benefici del nostro appostamento. Quest’ultimo dovrà permetterci di non rivolgere il nostro sguardo verso la luce in modo da evitare le specchiate del vetro della maschera. Se avremo eseguito una discesa discreta e il pesce è in zona lo vedremo arrivare ma è possibile accelerare questo processo aiutandosi con dei richiami che possono essere gutturali oppure meccanici come la frizione del calcio sul fondale roccioso. In questo tipo di tecnica l’ispezione del circondario deve essere eseguita cercando di sfruttare solo la rotazione degli occhi restando il più immobile possibile con testa e collo. E’ altresì importante tenere fermo il fucile fino al momento in cui individuiamo la preda in modo da non creare onde sonore superflue. Ricordiamo sempre di interrompere l’apnea ai primi segnali di “fame d’aria” perché spesso presi dalla voglia di catturare una preda che riusciamo persino a vedere ma che non si avvicina prolunghiamo oltremodo l’apnea rischiando serie conseguenze. Questa è la principale insidia di questa tecnica a cui si ovvia con una buona dose di buon senso ed esperienza.

PESCA IN CADUTA

E’ un tipo di pesca che si presta bene alla cattura di pesci pelagici e di passo ma funziona ugualmente con tutte le altre specie. Si tratta di catturare una preda durante la planata verso il fondo dopo aver passato la soglia in cui diventiamo negativi (più pesanti della spinta di galleggiamento). Spesso ci potrà capitare di eseguire una cattura in questo modo senza averne l’intenzione dall’inizio del tuffo ma in maniera del tutto accidentale. Mentre infatti si esegue una discesa con l’intenzione di effettuare un aspetto sul fondo, possiamo accorgerci di un pesce immobile in corrente o impegnato nella digestione di un pasto importante. A quel punto tentiamo di avvicinarci per scoccare il tiro. Determinante per il successo dell’azione è non pinneggiare più ed usare le pinne come dei flap di aerei per direzionare la nostra caduta o addirittura frenarla se ci rendiamo conto che stiamo andando troppo veloce.

Come detto all’inizio queste tecniche possono essere combinate secondo l’interpretazione che il subacqueo ha della situazione/ambiente in cui si trova.

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